Negli ultimi anni l'alimentazione vegana ha conosciuto una crescita significativa in molti Paesi, Italia compresa. Secondo diverse indagini sui consumi alimentari, il numero di persone che scelgono di ridurre o eliminare gli alimenti di origine animale è aumentato, spinto da motivazioni che possono essere molto diverse tra loro: etiche, ambientali, religiose, culturali o legate alla salute.
Parallelamente è cresciuto anche l'interesse della comunità scientifica. Università, società di nutrizione e organizzazioni internazionali hanno pubblicato numerosi studi per valutare gli effetti della dieta vegana sulla salute umana, sul rischio di alcune patologie e sull'impatto ambientale dei sistemi alimentari.
Nonostante il dibattito sia spesso caratterizzato da posizioni molto polarizzate, il consenso scientifico invita a considerare la questione con maggiore equilibrio. Nessun modello alimentare può essere definito automaticamente salutare o dannoso: la qualità complessiva della dieta, la varietà degli alimenti e il corretto apporto di nutrienti rappresentano aspetti determinanti, indipendentemente dalla presenza o meno di alimenti di origine animale.
Come sapete, sul nostro shop potete trovare prodotti adatti a qualsiasi tipo di alimentazione, ci teniamo quindi a precisare che in questo articolo non stiamo cercando di favorire o sfavorire un particolare tipo di dieta, ma solo analizzare in modo imparziale, informativo e con evidenze scientifiche cos'è una dieta vegana, cosa comporta ed altre domande che spesso ci facciamo a riguardo.
Ci teniamo inoltre a specificare che noi di Spilucco non siamo ne medici ne nutrizionisti, abbiamo redatto questo articolo basandoci sulle evidenze più autorevoli raccolte online e con l'aiuto di AI, e se il vostro intento è quello di adottare un particolare regime alimentare vi invitiamo a farlo affiancati da un esperto.

Cos'è una dieta vegana
La dieta vegana, come tiportato da NHS, è un modello alimentare che esclude tutti gli alimenti di origine animale. Oltre alla carne e al pesce, non vengono consumati latte e derivati, uova, miele e tutti gli ingredienti ottenuti direttamente dagli animali.
È importante distinguere la dieta vegana da altri modelli alimentari che vengono spesso confusi tra loro.
La dieta onnivora comprende alimenti sia di origine vegetale sia animale ed è attualmente il modello più diffuso nella maggior parte dei Paesi occidentali.
La dieta vegetariana elimina carne e pesce, ma può includere latte, latticini e uova, a seconda della variante adottata.
All'interno dell'alimentazione vegetariana esistono infatti diverse tipologie:
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latto-vegetariana, che comprende latte e derivati ma esclude le uova;
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ovo-vegetariana, che include le uova ma non i latticini;
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latto-ovo vegetariana, la forma più comune, che comprende sia latticini sia uova;
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pescetariana, che pur non essendo considerata una dieta vegetariana in senso stretto, esclude la carne ma mantiene il consumo di pesce e prodotti ittici.
La dieta vegana, invece, elimina completamente ogni alimento di origine animale, basando l'alimentazione esclusivamente su prodotti vegetali.
Questa scelta può derivare da motivazioni differenti. Alcune persone adottano il veganismo per ragioni etiche legate al benessere animale, altre per ridurre il proprio impatto ambientale, mentre altre ancora lo scelgono nell'ambito di uno stile di vita orientato alla salute. Esistono inoltre motivazioni religiose o culturali che possono influenzare le preferenze alimentari.
Dal punto di vista nutrizionale, tuttavia, le motivazioni personali non modificano le esigenze dell'organismo: qualunque dieta deve essere in grado di fornire energia, proteine, vitamine, minerali e acidi grassi essenziali in quantità adeguate.
Quali alimenti comprende una dieta vegana
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, una dieta vegan può includere una grande varietà di alimenti.
Tra i principali gruppi alimentari troviamo i cereali, sia raffinati sia integrali, come pasta, riso, pane, farro, orzo, avena e mais. A questi si affiancano i legumi, che rappresentano una delle principali fonti vegetali di proteine: fagioli, ceci, lenticchie, piselli, fave e soia sono tra gli alimenti maggiormente consumati.
Frutta e verdura costituiscono un altro pilastro fondamentale dell'alimentazione vegana. Le linee guida nutrizionali raccomandano un consumo quotidiano e variato di ortaggi e frutta, privilegiando i prodotti di stagione, indipendentemente dal modello alimentare seguito.
Anche la frutta secca e i semi oleosi trovano ampio spazio in questo regime alimentare. Noci, mandorle, nocciole, pistacchi, semi di lino, semi di chia, semi di zucca e semi di sesamo apportano grassi insaturi, fibre e numerosi micronutrienti.
Tra i grassi da condimento viene generalmente privilegiato l'olio extravergine di oliva, elemento centrale della dieta mediterranea e ampiamente raccomandato dalle principali linee guida internazionali per il suo profilo nutrizionale.
Negli ultimi anni si è inoltre ampliata l'offerta di alimenti specificamente destinati ai consumatori vegani. Bevande vegetali a base di soia, avena o mandorla, yogurt vegetali, tofu, tempeh, seitan e numerose alternative ai prodotti tradizionali sono ormai facilmente reperibili nella grande distribuzione.
Alcuni di questi prodotti sono inoltre fortificati, cioè arricchiti con vitamine o minerali, come calcio, vitamina D o vitamina B12, nutrienti che possono richiedere particolare attenzione nelle diete completamente vegetali.
È importante sottolineare, tuttavia, che il semplice fatto che un alimento sia "vegano" non lo rende automaticamente salutare.
Anche il mercato dei prodotti vegani comprende infatti alimenti ultraprocessati, caratterizzati da elevati contenuti di zuccheri, sale, grassi o additivi, il cui consumo dovrebbe rimanere moderato, analogamente a quanto raccomandato per i prodotti ultraprocessati presenti in una dieta onnivora.
Per questo motivo, la qualità complessiva della dieta rimane un elemento centrale. Una dieta vegana ricca di cereali integrali, legumi, frutta, verdura e grassi di buona qualità presenta caratteristiche nutrizionali molto diverse rispetto a un'alimentazione basata prevalentemente su snack confezionati, bevande zuccherate o sostituti industriali della carne.

Una dieta vegana può essere nutrizionalmente completa?
Una delle domande più frequenti riguarda la capacità della dieta vegan di soddisfare il fabbisogno nutrizionale dell'organismo.
Secondo la posizione dell'Academy of Nutrition and Dietetics, una delle più autorevoli organizzazioni scientifiche nel campo della nutrizione, una dieta vegana ben pianificata può essere nutrizionalmente adeguata e appropriata nelle diverse fasi della vita, inclusi gravidanza, allattamento, infanzia, adolescenza, età adulta e terza età.
L'espressione "ben pianificata" è però fondamentale.
Eliminando completamente gli alimenti di origine animale, alcuni nutrienti diventano infatti più difficili da assumere nelle quantità raccomandate o presentano una biodisponibilità differente rispetto alle fonti animali. Per questo motivo una dieta vegana richiede una maggiore consapevolezza nella scelta degli alimenti e, in alcuni casi, il ricorso a prodotti fortificati o a specifiche integrazioni.
Tutte le principali linee guida nutrizionali (come quelle del CREA) concordano quindi su un punto essenziale: la salute dipende dalla qualità complessiva dell'alimentazione, dalla varietà dei cibi consumati e dall'equilibrio tra i diversi nutrienti, più che dalla semplice appartenenza a uno specifico modello alimentare.
Nella prossima parte dell'articolo analizzeremo nel dettaglio quali sono i nutrienti che richiedono maggiore attenzione in una dieta vegana, quali benefici sono stati osservati negli studi scientifici e quali possibili criticità possono emergere quando questo modello alimentare non viene correttamente pianificato.
I nutrienti che richiedono maggiore attenzione in una dieta vegana
Come evidenziato dalle principali società scientifiche, una dieta vegana può soddisfare i fabbisogni nutrizionali dell'organismo se viene pianificata in modo consapevole. Tuttavia, l'esclusione di tutti gli alimenti di origine animale rende necessario prestare particolare attenzione ad alcuni nutrienti.
Questo non significa che tali carenze siano inevitabili, ma che è opportuno conoscere quali alimenti ne rappresentano le principali fonti e, quando necessario, ricorrere a prodotti fortificati o a specifiche integrazioni.
Proteine: conta soprattutto la varietà
Le proteine svolgono numerose funzioni fondamentali nell'organismo: contribuiscono al mantenimento della massa muscolare, partecipano alla produzione di enzimi e ormoni e sono coinvolte nella riparazione dei tessuti.
Per molti anni si è ritenuto che le proteine vegetali fossero necessariamente inferiori rispetto a quelle di origine animale. Oggi la ricerca scientifica, come ci suggerisce anche la pubblicazione di Harvard Health Publishing, ha chiarito che una dieta vegetale varia può fornire un apporto proteico adeguato.
Legumi, derivati della soia come tofu e tempeh, cereali integrali, frutta secca e semi oleosi contribuiscono tutti all'apporto proteico quotidiano. Inoltre, l'idea secondo cui sia necessario combinare cereali e legumi nello stesso pasto è stata superata: è sufficiente consumare alimenti proteici diversi nell'arco della giornata affinché l'organismo disponga di tutti gli amminoacidi essenziali.
Naturalmente, come avviene anche nelle diete onnivore, il fabbisogno proteico varia in base all'età, al livello di attività fisica e alle condizioni fisiologiche individuali.
Vitamina B12: il nutriente più importante da monitorare
Tra tutti i nutrienti, la vitamina B12 rappresenta quello che richiede maggiore attenzione in una dieta completamente vegetale.
Questa vitamina è indispensabile per il corretto funzionamento del sistema nervoso e per la produzione dei globuli rossi. Le fonti alimentari naturalmente ricche di vitamina B12 sono quasi esclusivamente di origine animale.
Per questo motivo, le principali società scientifiche concordano sul fatto che chi segue una dieta vegana debba assumere vitamina B12 attraverso alimenti fortificati oppure integratori specifici (qua la posizuione del NIH).
È importante sottolineare che alimenti come alghe, spirulina o prodotti fermentati non sono considerati fonti affidabili di vitamina B12 biologicamente attiva.
Ferro: non conta solo la quantità
Il ferro è fondamentale per il trasporto dell'ossigeno nel sangue.
Gli alimenti vegetali come legumi, cereali integrali, semi di zucca e verdure a foglia verde ne contengono quantità interessanti. Tuttavia, il ferro presente negli alimenti vegetali (ferro non-eme) viene generalmente assorbito con minore efficienza rispetto al ferro contenuto nella carne.
Questo non significa che una dieta vegana provochi necessariamente una carenza di ferro, ma rende importante adottare alcune strategie alimentari.
Ad esempio, consumare alimenti ricchi di vitamina C durante lo stesso pasto può favorire l'assorbimento del ferro vegetale. Agrumi, kiwi, fragole, peperoni e pomodori rappresentano alcune delle principali fonti di vitamina C.
Anche tè e caffè, se consumati immediatamente durante o dopo i pasti, possono ridurre temporaneamente l'assorbimento del ferro.
Calcio e vitamina D
Il calcio contribuisce al mantenimento della salute delle ossa e dei denti.
In una dieta vegana può essere assunto attraverso bevande vegetali fortificate, tofu preparato con sali di calcio, cavoli, broccoli, mandorle e alcuni tipi di acqua minerale ricchi di calcio.
La vitamina D merita invece un discorso a parte.
Il nostro organismo la produce principalmente grazie all'esposizione della pelle alla luce solare, mentre solo una parte deriva dall'alimentazione.
La sua eventuale carenza non riguarda esclusivamente chi segue una dieta vegana: numerosi studi mostrano che livelli insufficienti di vitamina D sono frequenti anche nella popolazione generale, indipendentemente dal modello alimentare.
Quando necessario, il medico può valutare l'opportunità di una supplementazione.
Omega-3
Gli acidi grassi Omega-3 svolgono un ruolo importante nella salute cardiovascolare e nel normale funzionamento del sistema nervoso.
Le principali fonti vegetali sono semi di lino, semi di chia, noci e i rispettivi oli.
Questi alimenti apportano soprattutto ALA (acido alfa-linolenico), che l'organismo può convertire nelle forme EPA e DHA. Tuttavia, questa conversione presenta un'efficienza limitata e può variare da individuo a individuo.
Per alcune categorie di persone, come donne in gravidanza o in allattamento, può essere opportuno valutare con il proprio medico l'eventuale utilizzo di integratori a base di DHA ottenuto da microalghe.
Iodio e zinco
Anche iodio e zinco meritano attenzione.
Lo iodio contribuisce alla normale funzione della tiroide. Nella dieta italiana la principale fonte rimane il sale iodato, raccomandato dal Ministero della Salute indipendentemente dal modello alimentare seguito.
Lo zinco è presente in numerosi alimenti vegetali, tra cui legumi, cereali integrali, semi e frutta secca. Tuttavia, alcune sostanze naturalmente presenti nei vegetali possono ridurne parzialmente l'assorbimento.
Una dieta varia e ben pianificata consente generalmente di raggiungere gli apporti raccomandati.
Se siete alla ricerca di ingredienti di qualità per la vostra dieta, come sapete sul nostro shop online potete trovare cereali, legumi, e farine bioligiche, riso e pasta artigianale, perfetti per ogni regime alimentare.
Quali benefici sono stati osservati negli studi scientifici sull'alimentazione vegana?
Quando si parla di alimentazione vegana è importante distinguere tra ciò che è stato dimostrato con un elevato grado di evidenza e ciò che emerge principalmente dagli studi osservazionali.
Gran parte della ricerca disponibile confronta infatti gruppi di popolazione con abitudini alimentari differenti, ma questo non permette sempre di stabilire un rapporto diretto di causa-effetto.
Ad esempio, chi segue una dieta vegana tende mediamente anche a fumare meno, praticare più attività fisica, consumare meno alcol e prestare maggiore attenzione alla salute. Tutti questi fattori possono influenzare i risultati degli studi.
Per questo motivo, le principali revisioni scientifiche utilizzano un linguaggio prudente, parlando di associazioni piuttosto che di effetti certi.
Maggiore consumo di fibre
Uno degli aspetti più documentati riguarda l'apporto di fibre alimentari.
Le diete vegane sono generalmente ricche di legumi, cereali integrali, frutta e verdura, alimenti che contribuiscono ad aumentare l'assunzione di fibre rispetto alla media della popolazione occidentale.
Le fibre favoriscono la regolarità intestinale e contribuiscono al mantenimento di un microbiota intestinale diversificato.
Minore assunzione di grassi saturi
In media, chi segue una dieta vegana assume meno grassi saturi e colesterolo alimentare rispetto a chi consuma regolarmente carne e latticini.
Va però ricordato che anche una dieta vegana può contenere elevate quantità di grassi saturi se ricca di prodotti industriali o di alcuni oli tropicali, mentre una dieta onnivora può essere perfettamente equilibrata se privilegia pesce, olio extravergine di oliva, legumi, cereali integrali e abbondanti vegetali.
Ancora una volta, è la qualità della dieta nel suo insieme a fare la differenza.
Peso corporeo e salute cardiovascolare
Numerosi studi osservazionali riportano che le persone che seguono una dieta prevalentemente vegetale presentano, in media, un indice di massa corporea inferiore rispetto alla popolazione onnivora.
Alcune revisioni sistematiche suggeriscono inoltre possibili benefici su alcuni fattori di rischio cardiovascolare, come la pressione arteriosa e i livelli di colesterolo LDL.
Tuttavia, gli autori sottolineano che questi risultati dipendono anche dalla qualità complessiva della dieta e dallo stile di vita.
Per questo motivo non è corretto affermare che il semplice passaggio a una dieta vegana garantisca automaticamente un miglioramento dello stato di salute.
Le possibili criticità di una dieta vegana non pianificata
Così come una dieta onnivora ricca di alimenti ultraprocessati può risultare squilibrata, anche una dieta vegana costruita senza un'adeguata conoscenza nutrizionale può comportare alcune criticità.
Le principali riguardano il rischio di apporti insufficienti di vitamina B12, ferro, calcio, vitamina D, iodio, zinco e Omega-3.
Le categorie che richiedono particolare attenzione sono bambini, adolescenti, donne in gravidanza o in allattamento, anziani e sportivi, per i quali può essere utile il supporto di un professionista della nutrizione.
Le principali società scientifiche raccomandano di evitare approcci "fai da te", soprattutto nelle fasi della vita caratterizzate da maggiori fabbisogni nutrizionali.
È importante ricordare, tuttavia, che nessun modello alimentare è automaticamente privo di rischi.
Anche nella popolazione onnivora sono diffuse carenze di vitamina D, fibre, frutta e verdura, mentre il consumo di sale, zuccheri aggiunti e alimenti ultraprocessati risulta spesso superiore alle raccomandazioni.
Per questo motivo, la ricerca scientifica si concentra sempre più sulla qualità complessiva della dieta piuttosto che sulla semplice presenza o assenza di alimenti di origine animale.
Passiamo adesso all'ultimo aspetto della nostra analisi, ovvero quello dell'impatto ambientale dell'alimentazione vegana e del relativo impatto ambientale rispetto ad una dieta onnivora.
Alimentazione vegana e sostenibilità ambientale
Il rapporto tra alimentazione e ambiente è diventato uno degli aspetti più studiati della ricerca sui sistemi alimentari. Agricoltura, allevamento, pesca, trasformazione, distribuzione e consumo degli alimenti contribuiscono infatti, in misura diversa, all'utilizzo delle risorse naturali e alle emissioni di gas serra.
In questo contesto, le diete caratterizzate da una maggiore presenza di alimenti vegetali sono generalmente considerate una delle possibili strategie per ridurre l'impatto ambientale dell'alimentazione.
L'IPCC, nel suo Sesto Rapporto di Valutazione, indica infatti il cambiamento verso modelli alimentari con una maggiore presenza di alimenti vegetali, come legumi, frutta, verdura e frutta secca, tra le opzioni che possono contribuire alla riduzione delle emissioni dei sistemi alimentari. Gli studi considerati dall'IPCC indicano che diete vegetariane e vegane possono determinare riduzioni significative delle emissioni rispetto agli attuali modelli alimentari in molti Paesi industrializzati.
Questo risultato, tuttavia, non significa che qualsiasi alimento vegetale abbia necessariamente un impatto ambientale ridotto o che la sostenibilità di una dieta possa essere determinata esclusivamente dalla presenza o dall'assenza di prodotti animali.
La valutazione deve considerare l'intero sistema alimentare.
Perché gli alimenti di origine animale possono avere un impatto ambientale maggiore
Uno dei motivi principali riguarda l'efficienza con cui le risorse agricole vengono trasformate in alimenti destinati al consumo umano.
Per produrre alimenti di origine animale sono generalmente necessarie risorse aggiuntive per l'allevamento degli animali, tra cui mangimi, acqua e terreni. A questo si aggiungono le emissioni legate alla digestione degli animali, alla gestione del letame, alla produzione dei mangimi e ai cambiamenti nell'uso del suolo.
L'impatto non è però uguale per tutti gli alimenti.
La produzione di carne bovina, ad esempio, presenta caratteristiche ambientali molto diverse rispetto alla produzione di pollame o uova. Allo stesso modo, latte, formaggi, pesce e diversi tipi di carne hanno impronte ambientali differenti.
Per questa ragione, non è scientificamente corretto parlare genericamente di "alimenti animali" come se fossero tutti equivalenti.
La stessa FAO sottolinea che il ruolo degli alimenti di origine animale nei sistemi alimentari deve essere valutato tenendo conto del contesto locale. L'allevamento può avere un impatto ambientale significativo, ma in determinati sistemi agricoli può anche svolgere funzioni economiche ed ecologiche, soprattutto dove i terreni non sono facilmente utilizzabili per la produzione di colture destinate direttamente all'alimentazione umana.
Una dieta vegana è sempre più sostenibile?
La risposta più corretta è: in media, una dieta fortemente basata su alimenti vegetali tende ad avere un impatto ambientale inferiore rispetto a una dieta caratterizzata da un elevato consumo di prodotti animali, ma non è possibile stabilire la sostenibilità di una dieta considerando soltanto l'etichetta "vegana" o "onnivora".
Entrano in gioco numerosi fattori.
Tra questi troviamo:
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il tipo di alimento;
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il metodo di produzione;
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l'uso del suolo;
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il consumo di acqua;
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l'energia necessaria per la produzione;
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la trasformazione industriale;
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il trasporto;
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la conservazione;
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gli imballaggi;
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lo spreco alimentare;
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la stagionalità;
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le condizioni climatiche e agricole dell'area di produzione.
Anche all'interno del mondo vegetale possono esistere differenze considerevoli.
Un legume coltivato in condizioni favorevoli può avere caratteristiche ambientali molto diverse rispetto a un prodotto che richiede serre riscaldate, irrigazione intensiva o lunghi processi di trasformazione.
Allo stesso tempo, il trasporto non è necessariamente il principale determinante dell'impatto ambientale di un alimento. Per molti prodotti agricoli, infatti, la fase produttiva contribuisce in misura molto maggiore all'impronta complessiva rispetto al trasporto.
Di conseguenza, l'idea secondo cui "locale" significhi automaticamente "più sostenibile" deve essere interpretata con cautela.
La sostenibilità di un alimento è il risultato di un insieme di fattori e deve essere valutata considerando l'intero ciclo produttivo.
Il ruolo degli alimenti vegetali nei sistemi alimentari sostenibili
La FAO considera gli alimenti di origine vegetale una componente importante delle diete sane e sostenibili. Una maggiore presenza di legumi, cereali, frutta, verdura, frutta secca e semi può contribuire a costruire modelli alimentari caratterizzati da un minore impatto ambientale.
Questo non implica necessariamente l'eliminazione totale degli alimenti di origine animale.
Anche la FAO evidenzia infatti che il rapporto tra alimenti animali, salute, ambiente e sicurezza alimentare è complesso e dipende dal contesto. In alcune popolazioni, soprattutto nei Paesi a basso reddito, gli alimenti di origine animale possono fornire nutrienti importanti e contribuire alla sicurezza alimentare. In altri contesti, caratterizzati da consumi elevati, una loro riduzione può invece produrre benefici sia sul piano nutrizionale sia su quello ambientale.
È quindi possibile individuare un punto comune tra molte delle analisi scientifiche: a livello globale esistono ampi margini per aumentare il consumo di alimenti vegetali e ridurre alcune forme di consumo eccessivo di prodotti animali, senza che questo implichi necessariamente l'adozione universale di una dieta vegana.
È possibile convertire l'intera popolazione mondiale al veganismo?
Questa domanda richiede una distinzione fondamentale tra due concetti diversi: possibilità teorica e fattibilità reale.
Dal punto di vista puramente nutrizionale, è possibile costruire diete completamente vegetali in grado di fornire energia e nutrienti adeguati, purché siano correttamente pianificate e vengano gestiti in particolare i nutrienti più critici, come la vitamina B12.
Ma trasformare questa possibilità teorica in una conversione globale dell'intera popolazione è un problema molto più complesso, e non si tratta solo di stabilire se sia possibile produrre abbastanza alimenti vegetali.
Occorre considerare contemporaneamente agricoltura, disponibilità di terreni, clima, acqua, infrastrutture, commercio internazionale, prezzi degli alimenti, accesso ai nutrienti, culture locali, occupazione e sicurezza alimentare.
La popolazione mondiale, secondo le più recenti proiezioni delle Nazioni Unite, dovrebbe raggiungere circa 9,7 miliardi di persone entro il 2050. Questo significa che i sistemi alimentari dovranno continuare a garantire cibo sufficiente e nutrizionalmente adeguato a una popolazione più numerosa rispetto a quella attuale.
La domanda quindi non è soltanto "possiamo diventare tutti vegani?", ma anche "quale sistema alimentare permetterebbe di nutrire la popolazione mondiale in modo sano, accessibile, economicamente sostenibile e compatibile con i limiti ambientali?".
Su questa domanda non esiste oggi una risposta unica e universalmente accettata.
Il problema della disponibilità dei terreni
Uno degli argomenti più discussi riguarda l'utilizzo del territorio.
Una riduzione significativa dell'allevamento potrebbe liberare parte delle superfici oggi destinate alla produzione di mangimi o al pascolo. In teoria, alcune di queste aree potrebbero essere utilizzate per altri scopi, compreso il ripristino di ecosistemi naturali.
Tuttavia, non tutto il terreno utilizzato dall'allevamento può essere convertito in terreno agricolo.
Esistono infatti vaste aree di pascolo che, per caratteristiche climatiche, topografiche o pedologiche, non sono adatte alla coltivazione di cereali, legumi o altre colture alimentari.
In questi contesti, gli animali possono trasformare biomassa non direttamente commestibile dall'uomo in alimenti destinati al consumo umano.
La FAO evidenzia proprio questa differenza tra i vari sistemi di allevamento e sottolinea che una parte significativa dell'alimentazione del bestiame è costituita da risorse non commestibili direttamente dall'uomo.
Questo non cancella l'impatto ambientale dell'allevamento, ma mostra perché una semplice sostituzione di tutti i terreni destinati al bestiame con colture alimentari non sarebbe sempre possibile.
L'aspetto economico e sociale
Un'eventuale transizione globale verso una dieta completamente vegetale avrebbe inoltre conseguenze economiche di dimensioni enormi.
Il settore zootecnico non produce soltanto carne, latte e uova. In numerose aree del mondo rappresenta una componente importante dei redditi familiari e dell'economia rurale.
Secondo la FAO, il comparto dell'allevamento sostiene i mezzi di sussistenza di circa 1,3 miliardi di persone a livello mondiale e rappresenta una componente significativa dei sistemi agricoli, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito.
In molte comunità gli animali svolgono inoltre funzioni che vanno oltre la produzione alimentare: possono rappresentare una forma di risparmio, una fonte di letame per l'agricoltura, una risorsa economica in caso di emergenza e, in alcuni contesti, una fonte di lavoro e trasporto.
Una conversione globale e immediata al veganismo richiederebbe quindi una profonda trasformazione di intere economie rurali.
Questo non significa che una transizione verso sistemi alimentari con una maggiore componente vegetale sia impossibile.
Significa piuttosto che una modifica su scala mondiale dovrebbe essere graduale, differenziata per area geografica e accompagnata da politiche agricole, economiche e sociali adeguate.
E se invece si riducesse semplicemente il consumo di prodotti animali?
Questa è una delle possibilità considerate dalla ricerca sui sistemi alimentari.
Non è infatti necessario immaginare soltanto due scenari opposti: "tutti vegani" oppure "nessun cambiamento".
Esiste un'ampia gamma di possibili modelli intermedi.
Una persona potrebbe, ad esempio, aumentare il consumo di legumi e cereali integrali riducendo contemporaneamente il consumo di carne. Un'altra potrebbe mantenere il consumo di prodotti animali ma diminuirne la frequenza, aumentando nel frattempo frutta, verdura e alimenti vegetali.
A livello globale, anche cambiamenti parziali nelle abitudini alimentari possono avere conseguenze significative quando coinvolgono grandi popolazioni.
L'IPCC considera infatti la modifica delle abitudini alimentari, insieme alla riduzione degli sprechi e al miglioramento dei sistemi produttivi, tra le diverse strategie che possono contribuire alla mitigazione delle emissioni dei sistemi alimentari.
Da questo punto di vista, la transizione alimentare non deve necessariamente essere interpretata come un passaggio da un modello all'altro, ma come un processo che può coinvolgere diversi livelli di cambiamento.
Dieta vegana e dieta onnivora: quale scegliere?
La ricerca scientifica non permette di identificare una dieta universalmente migliore per ogni individuo e in ogni contesto.
Una dieta vegana ben pianificata può essere nutrizionalmente adeguata, ma richiede particolare attenzione ad alcuni nutrienti, in particolare alla vitamina B12.
Una dieta onnivora può fornire facilmente numerosi nutrienti, ma non è automaticamente equilibrata: un'alimentazione ricca di carni lavorate, zuccheri, sale e alimenti ultraprocessati può essere qualitativamente molto diversa da una dieta onnivora basata su verdure, legumi, cereali integrali, frutta, olio extravergine di oliva, pesce e quantità moderate di carne e latticini.
Anche dal punto di vista ambientale, il confronto non può essere ridotto alla semplice contrapposizione tra "vegano" e "onnivoro".
Conta ciò che effettivamente viene mangiato e, soprattutto, come viene prodotto.
Un'alimentazione caratterizzata da un'elevata presenza di alimenti vegetali, un consumo moderato di prodotti animali e una bassa quantità di alimenti ultraprocessati può rappresentare, in molti contesti, una possibile direzione verso un sistema alimentare più sostenibile.
La sostenibilità alimentare non riguarda soltanto il clima
Quando si parla di sostenibilità, inoltre, è importante non limitarsi alle emissioni di gas serra.
Una dieta sostenibile deve essere considerata attraverso più dimensioni:
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ambientale, per l'impatto su clima, acqua, suolo e biodiversità;
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nutrizionale, per la capacità di garantire nutrienti sufficienti;
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economica, per la possibilità di essere accessibile alla popolazione;
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sociale, per gli effetti sulle comunità e sui lavoratori;
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culturale, perché le abitudini alimentari sono profondamente legate alla storia e alle tradizioni dei diversi popoli.
La FAO definisce infatti le diete sostenibili come modelli alimentari caratterizzati da un basso impatto ambientale, ma anche capaci di contribuire alla sicurezza alimentare e nutrizionale, alla salute e alla sostenibilità economica e sociale.
Questa definizione aiuta a comprendere perché non sia sufficiente stabilire che un determinato alimento ha un'impronta ambientale inferiore per concludere automaticamente che rappresenti la soluzione migliore in qualsiasi situazione.
Conclusioni: cosa possiamo dire oggi sull'alimentazione vegana?
Le evidenze scientifiche disponibili permettono di formulare alcune conclusioni abbastanza solide, ma anche di individuare questioni che rimangono più complesse.
Una dieta vegana correttamente pianificata può fornire un'alimentazione adeguata, ma richiede particolare attenzione ad alcuni nutrienti e, in particolare, alla vitamina B12.
Le diete ricche di alimenti vegetali sono generalmente associate a un minore impatto ambientale rispetto ai modelli alimentari caratterizzati da un elevato consumo di prodotti animali. L'IPCC considera infatti l'aumento della quota di alimenti vegetali una delle possibili strategie per ridurre le emissioni dei sistemi alimentari.
Questo non significa però che ogni dieta vegana sia automaticamente sostenibile o che ogni alimento di origine animale abbia lo stesso impatto.
Allo stesso modo, non esistono al momento elementi sufficienti per affermare che una conversione globale e completa al veganismo rappresenti l'unica soluzione possibile per nutrire la popolazione mondiale in modo sostenibile.
La direzione indicata da molte delle principali analisi scientifiche sembra piuttosto essere quella di sistemi alimentari capaci di aumentare il consumo di alimenti vegetali, ridurre gli eccessi alimentari e gli sprechi, migliorare l'efficienza produttiva e adattarsi alle caratteristiche dei diversi territori e delle diverse popolazioni.
In altre parole, la sostenibilità dell'alimentazione non dipende necessariamente dall'appartenenza a una determinata "categoria" alimentare.
Dipende dall'insieme delle scelte che compongono la dieta e dal modo in cui gli alimenti vengono prodotti.
Non dimentichiamo però una cosa importante, una dieta vegana non significa assolutamente piatti insipidi e noiosi, basta pensare alle nostre zuppe e risotti, oppure al tartufo, e ad una bella birra fresca per accompagnare il tutto!
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